breakzoone

appunti, coccole, carezze, schiaffi, graffi, pensierini effimimeri e fluttuanti di afc per architetturaamica.it e architetturaper.it

mercoledì, 25 febbraio 2009

IL PESSIMO PROGETTO NON È PIÙ UN FURTO

Prendo in prestito volentieri un articolo dell'architetto Giuseppe Scannella Pubblicato giorni fa su La Sicilia.

Architettura & Società
crisi economica –crisi del sistema

Quasi tutti i più autorevoli commentatori, anche i politici, hanno individuato come una delle principali cause della crisi economica che il mondo stà vivendo, sia stata l’ eccesso di liberismo: sfrenato, senza regole morali, governato solo da una spregiudicata ricerca della convenienza economica, da raggiungere ad ogni costo.
Anche l’America di George W.Bush, e a maggior ragione quella di Obama, si è resa conto che il mercato è sì capace di autoregolarsi, ma ha bisogno di un quadro di riferimento basato su una visione più etica e meno mercantilistica.
Occorre quindi riscoprire ed investire su valori quali il merito, la capacità, la serietà, il rispetto:
rispetto e riconoscimento anche delle competenze. E’ qui che l’Italia, almeno per il settore che interessa questa rubrica, ma che è interesse generale, deve fare una seria riflessione.
L’azione di tutti gli ultimi governi, a prescindere dal colore, si è caratterizzata per una pervicace azione demolitoria degli ambiti di competenza e di eccellenza nel settore delle professioni tecniche.
Sull’onda di Tangentopoli è stato partorito un mostro, che si auto-alimenta e si rigenera in infinite versioni, quale la Legge Merloni che, con la scusa della trasparenza, ha istituito un sistema di accesso al mercato della progettazione di opere pubbliche basato su criteri di potenzialità economica, a scapito di quella progettuale, e si è affinato costituendo meccanismi che consentono quasi di confezionare bandi “su misura” per determinati soggetti .
Poi è stata la volta della frammentazione del sistema di studi con le lauree triennali e l’ulteriore spezzettamento delle competenze. Un sistema che ha certamente creato tante nuove cattedre, ma anche letteralmente “illuso” tanti giovani che, come evidente, non trovano poi adeguati sbocchi lavorativi, in un mercato più che competitivo, sprovvisti come sono delle necessarie competenze, salvo poi ad “arrangiarsi”, sfruttando alcune ambiguità sui titoli accademici e la superficialità o l’ignoranza dell’utenza, cosa che crea un impoverimento complessivo della qualità dell’offerta.
Vi è stato poi l’attacco alle tariffe minime “quasi obbligatorie” come se il garantire, almeno in determinate condizioni, un compenso decoroso agli esercenti di professioni delicate fosse una sorta di furto legalizzato. Mi chiedo perchè sia invece giusto, com’è giusto, garantire una retribuzione minima ai lavoratori dipendenti. Forse che il lavoro del professionista è meno lavoro degli altri?.
Adesso che è necessario investire in maniera sistematica nelle infrastrutture, nella riqualificazione architettonica, urbanistica e paesaggistica del nostro paese, che facciamo? con l’attuale sistema questo mercato sarà accessibile quasi esclusivamente ai soliti noti, e cioè a chi ha già affiancato i centri di potere politico-economico o vi fà organicamente parte; gli altri dovranno combattere con la stretta finanziaria, con la riduzione delle commesse, con la costante riduzione dei compensi.
E se Brunetta ha avviato il miglioramento dei servizi della P.A. certamente bisognerà velocemente rimettere mano all’infinita storia della semplificazione amministrativa, di quella legislativa, da tutti promessa e mai attuata. Inefficienza che costa molto, cui però è possibile dar soluzioni a costo zero, avvicinandosi con un pò di serietà ed pizzico d’umiltà.
Si sà l’Italia è il Paese dello stellone. Questa volta c’è bisogno che brilli a più non posso.
Giuseppe Scannella

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domenica, 01 febbraio 2009

FACOLTA' DI ARCHITETTURA SOMARIA


Condividendone i contenuti, anticipo qui, come tanti altri, la lettera aperta scritta da Francesco Dal Co e indirizzata al Ministro italiano dell'Università, signora Mariastella Gelmini che comparirà nel numero 774 di febbraio 2009 di «Casabella»


Gentile Ministro Mariastella Gelmini,
poiché «Casabella» è un mensile, potrebbe accadere che alcune considerazioni che vorrei sottoporre alla Sua attenzione debbano venire riformulate tra non molto alla luce degli esiti dei provvedimenti presi nel lasso di tempo che intercorrerà tra la stesura di queste righe e la pubblicazione della rivista. Ritengo però che parte delle questioni di cui Le dirò non possa venire risolta in tempi brevi e dalle decisioni assunte dal Governo all’inizio del mese di gennaio 2009. Da anni «Casabella» richiama l’attenzione sul degrado delle Facoltà di Architettura e dell’Università italiana, che anche Lei ha potuto constatare. Lo provano la opportuna decisione da Lei presa alla fine del 2008 di sospendere le procedure per il reclutamento di nuovi docenti nonché i Suoi richiami al rispetto di criteri amministrativi corretti da parte degli Atenei, atti, questi, ai quali hanno però fatto seguito le deliberazioni più deludenti previste dal Decreto Legge 180. Ciò detto e per limitarmi ai problemi che più interessano «Casabella», mi consenta di ricordare, in particolare per i lettori della rivista, qual è la situazione che negli ultimi anni la proliferazione di nuove Facoltà di Architettura e dei correlati Corsi di Laurea ha prodotto nel nostro Paese. I dati che riporto sono arrotondati per difetto e sono quelli forniti dai siti ufficiali degli Atenei. Da questa verifica risulta che in Italia sono in funzione 25 Facoltà di Architettura e più di 200 Corsi di Laurea, le cui denominazioni rendono ancor più eloquenti, se possibile, queste cifre. Dati simili dimostrano che tutte le “riforme” adottate per l’Università italiana negli ultimi decenni ne hanno aggravato la bulimia corporativa, ulteriormente stimolata da un fattore esogeno quale l’esplosione degli appetiti localistici, a loro volta favoriti dall’acquiescenza dimostrata dalle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle aspirazioni, quasi sempre scarsamente motivate, delle più diverse comunità ad ospitare sedi universitarie.
Ciò ha prodotto la dispersione delle risorse, lo scadimento della qualità del personale docente, la crescita del precariato e ha drasticamente ridotto la propensione alla mobilità della parte più giovane della popolazione italiana. Questa situazione si regge su un presupposto che nessuna “riforma” è riuscita ad affrontare (e ora se ne ha ancora una conferma), ovvero sul fatto che in Italia, a differenza di quanto accade in molti Paesi, alla Laurea è riconosciuto un valore legale, peraltro “indiretto”, considerato il presupposto per accedere alle professioni o ai concorsi pubblici. Poiché i titoli rilasciati dalle diverse Università hanno tutti il medesimo valore, ne deriva che la Laurea è ormai una indifferenziata “erogazione” che non certifica il buon esito di un percorso formativo e non garantisce una efficace selezione. Ciò implica il fatto che gli enti eroganti, ovvero le sedi universitarie, continuano a moltiplicarsi per soddisfare le supposte domande e necessità di docenti e studenti o le ambizioni di circoscritte comunità ritenendole analoghe, verrebbe da dire, a quelle che esprimono gli utenti dei servizi postali, i quali di solito preferiscono rivolgersi agli uffici più prossimi ai luoghi di residenza senza molto curarsi del loro decoro.
Data la solida maggioranza parlamentare di cui dispone il Governo di cui Lei fa parte, mi chiedo, gentile Ministro, se non sarebbe opportuno Lei si facesse promotrice di una nuova iniziativa legislativa mirante a chiarire definitivamente che la Laurea ha unicamente un valore accademico, promuovendo così l’unica riforma che potrebbe consentire il riordino dell’Università italiana. Una iniziativa del genere verrebbe accolta favorevolmente anche da molti di coloro che non condividono la politica dell’attuale Governo e potrebbe aprire ulteriormente la strada a una serie di “riforme virtuose”, spingendo le Università a competere tra di loro fornendo servizi formativi più efficienti e non più strutturati secondo logiche endogamiche. Inoltre ciò consentirebbe di riconoscere alle Università una piena autonomia per quanto riguarda la formazione dei corpi docenti, facilitando la mobilità degli insegnanti e lo scambio tra il mondo accademico e quello delle professioni.
A questo fine sarebbe opportuno abolire le procedure concorsuali sin qui seguite e quelle da Lei volute per il reclutamento degli insegnanti, senza prestare molta attenzione anche alle indicazioni recentemente formulate dal CUN che sembrerebbero suggerire l’opportunità di adottare parametri meramente quantitativi per la valutazione della produttività scientifica e pertanto dell’autorevolezza accademica dei futuri docenti. In sostituzione di queste procedure si potrebbe ripristinare l’istituto della Libera Docenza, vigente in altri Paesi, demandando alle singole Università la responsabilità di selezionare liberamente gli insegnati tra coloro in possesso di tale qualifica e di proporre ai prescelti i rapporti contrattuali ritenuti più opportuni. A tutto ciò si dovrebbero accompagnare provvedimenti volti a ridurre il numero delle sedi universitarie e a stimolarne la specializzazione, più incisivi rispetto a quelli da Lei previsti e in buona misura basati sulla valutazione, peraltro opportuna, dell’uso che ciascun Ateneo fa delle risorse finanziarie a disposizione. Infine, andrebbe radicalmente modificato l’assetto dei curricula formativi impostato sulla divisione degli studi in corsi di tre e due anni, oggetto di contestazioni in diversi Paesi europei e all’origine di fenomeni deleteri quale il progressivo aumento degli studenti fuoricorso. Contestualmente andrebbero riconfigurati i corsi triennali, evitando che i passaggi da questi ai successivi corsi di specializzazione siano automatici, ripristinando nella loro generalità i corsi quadriennali e quinquennali ai quali fare seguire un’articolata offerta di corsi specialistici e di master.
Le chiedo scusa, gentile Ministro, per la rapidità e la modesta originalità di queste considerazioni che negli ultimi tempi libri, saggi, articoli e prese di posizione autorevoli hanno sviluppato con più agio. Ma è evidente, onorevole Gelmini, che se non si affrontano le questioni che Le ho prospettato il degrado dell’Università italiana diverrà inarrestabile e con esso anche quello della professione, quella dell’architetto, dei cui destini questa rivista si occupa da più di ottanta anni.
RingraziandoLa per l’attenzione, Le porgo i miei migliori saluti,

Francesco Dal Co

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domenica, 22 gennaio 2006

LUCULLO MANGIA DA LUCULLO. La traduzione di questa celebre frase potrebbe essere anche questa “ Lucullo, cena da Lucullo”. Ovviamente non cambia granché. Da cosa nasce? Era successo che il generale romano, gastronomo, epicureo, Lucullo cenava da solo e i suo cuoco imbandì una cena modesta –secondo gli standard di Lucullo ovviamente-. Il cuoco che ovviamente per ciò venne rimproverato dal suo padrone, si difese dicendo che non c’erano ospiti a cena. Lucullo rispose quindi: “… questa sera, Lucullo cena da Lucullo.” Chiaro no? Il senso è che la qualità è un dato oggettivo, indipendente da chi la fruisce, ma dipendente dalla cultura di chi la definisce. In questo caso Lucullo definisce la qualità della cena indipendentemente da chi la mangia e, soprattutto, dalla celebrazione narcisistica dell’ospite e delle circostanze dell’ospitalità. Ma Lucullo era Lucullo e non certo certi architetti di oggi che vedono il proprio lavoro come una scusa per una nuova autocelebrazione, sottoposta al giudizio sempre generosamente gratificante di gente come loro. Tra di loro si lodano e tra di loro s’imbrodano.

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giovedì, 05 gennaio 2006

MUCH ADO ABOUT NOTHING

Per quel poco che già si sa, si sa che sono architetto.
Ma, confesso ancora una volta. Se già non si fosse capito: non amo affatto il mondo stereotipato degli architetti ed il loro diffusissimo, convenzionale, borioso e artefatto modo di atteggiarsi, rappresentarsi, relazionarsi ecc.

Per chi non lo sapesse ancora, ricordo che lo sputtanamento che per il nostro modo vederci strameritiamo è vecchio più di 2500 anni. Noi ci vantiamo di Ippodamo di Mileto, “celebre” “primo” urbanista con la fissa della squadretta. Ebbene, noi sappiamo dell’esistenza di questo personaggiio, per più di un aspetto, ahime, archetipo di architetto, solo attaverso la patetica descrizione che ne fa Aristotele nella politica, il quale tra parentesi ricorda: “(…divenuto anche per il resto del suo modo di vivere assai borioso per ambizione così da parere ad alcuni di vivere con troppa ricercatezza, per la gran quantità ed i ricchi ornamenti della sua chioma, ed ancora delle vesti, semplici certo, ma ben calde, e non solo nell’inverno ma anche nei periodi estivi, e per la sua voglia di essere un erudito anche su tutta quanta la natura)”. Cfr ‘I presocratici’, BUR, 1995, pag. 455.

Proviamo a fare qualche aggiustamento ed attualizzazione, e sicuramente troviamo la descrizione ridicola di molti noi.
E,così, tanto per esempio, è successo che un tal prof. è stato vittima per eccesso di zelo architettese di un bel pasticcio di rete.
Il fatto.
Insieme ad un invito per un incontro organizzato dal dinamico docente, complici, probabilmente, l’intrecciarsi di comunicazioni augurali di fine anno, finisce in rete e nel mucchio incrociato delle mailing-list anche qualcosa di personale. Forse non sarebbe accaduto niente se gli architetti –molti dei quali illustri- abituali destinatari delle missive del simpatico mittente, non si fossero comportati da architetti nell’accezione “ippodamidea”, lasciando cadere nel nulla quello che a qualsiasi comune intelligenza appariva da subito come un banale “errore” web. Ma gli architetti, indignati e zelanti hanno rimandato al mittente le fastidiose multiple comunicazioni, segnalando l’inconveniente e, con il risultato che dio solo sa in quanti nel mondo sono venuti a conoscenza dell’ordinario privato del malcapitato e dei modesti pensierini di risentimento dei destinatari.
Domanda aristotelica dunque:
Siamo solo dei costruttori di benessere ambientale e tavvolta estetico, o delle vere e irriducibili teste di c. da tempo immemorabile?



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lunedì, 26 dicembre 2005

BABBI NATALI SPIETATI

Il Babbo Natale vero, lieve, impalpabile, inafferrabile, dei sogni, cuori, occhi più o meno incantati dei bimbi che vivono nel mondo che può, ha già fatto il suo lavoro delle piccole gioie e delle piccole delusioni comandate e convenzionali.
Non può più nuocere quindi parlar male dei mille babbi natali che si materializzano ad uso e consumo, per effetto delle mille azioni grevi degli adulti.
Mi chiedo però. Perché deve essere, ed è, vista come positiva e buona l’immagine di un vecchio esageratamente obeso e goffo?

I ghiacci si sciolgono, i Natali si scaldano, ma i Babbinatali si coprono. Mai come quest’anno, dopo tanti anni di domestica e festosa lascivia, i babbinatali nel modello ex coscialunga sono stati così coperti. Peccato perché noi del genere sporcaccione ci avevamo preso gusto al mitico guidatore supersonico di slitta volante a reazione di stelline in versione glutei tondi in bellavista.
Pazienza, non ci resta che prendere atto degli esiti delle nuove direttive morali, confidando nel prossimo avvicendamento dentro i corsi e ricorsi delle storie.

Scarseggiano pure i babbinatale da foto ricordo. Abbondano invece quelli pupazzo.

Ho visto un bambino quest’anno, terrorizzato, rifiutarsi di entrare con la mamma in un negozio che in segno di auguri, si supponga, esponeva un gigantesco babbonatale robot che muoveva testa, braccia e sedere, come se stesse camminando.

Non so se ovunque nel mondo, in Europa, in Italia è lo stesso, ma qui al sole del mediterraneo è esplosa una moda incredibile e incontenibile di pupazzi di babbo natale più o meno automatizzati. Se ne vedono, ovviamente nei soli classici colori, di tutti i tipi: grandi, medi, piccoli, di plastica, plastica e peluche, plastica e stoffe, ecc.
Finiscono ovunque: nei negozi, agli angoli di strada, vicino agli ambulanti più vari e ovviamente di addobbi natalizi, davanti alle finestre ed ai balconi. Ne ho visti, inverosimilmente grassi e culi osceni, che si arrampicavano su una scala a pioli in dotazione; dondolarsi realisticamente sull’altalena; uno che come un ladro –babbo natale alla rovescia- cercava di scavalcare una cancellata; e un altro un balcone come un Romeo per la sua Giulietta.

Che centra tutto ciò con l’architettura? Forse niente, o forse tantissimo come il roast-beef in “Ornamento e delitto” di A. Loos.

Buon natale. Ma diversamente.

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giovedì, 10 novembre 2005

PALAZZI DELL’INCIVILTA’ ITALIANA

Alcuni giorni fa c’è stata una protesta del mondo dello spettacolo contro un provvedimento per ridurre le sovvenzioni pubbliche ad esso destinate.
Giusto o sbagliato il provvedimento e giusta o sbagliata la protesta, non mi interessa.
Il punto è un altro: il modo come se ne sono occupati i giornali. Titoli importanti per dire del disprezzo delle istituzioni per la cultura, o meglio, per l’arte. Titoli che lasciavano capire una equivalenza molto semplificata ed approssimativa tra spettacolo ed arte. Isomma a fidarsi dei titoli dei maggiori giornali italiani e anche dei testi degli articoli, si era portati a credere che l’arte in Italia fosse solo il teatro e il cinema. Ora non è sorprendente che i giornalisti che di regola, hanno solo una discreta dimestichezza con tastiere ed espressione scritta, credano che l’arte sia riconducibile solo al teatro o al cinema o alla musica classica e alla lirica. Però, per tutti gli altri che hanno una mente più aperta e non si svagano solo andando al cinema e al teatro o a deliziarsi le orecchie di lamenti arcaici dopo cena, ciò è quantomeno irritante.
Per non annoiare, mi limito a ricordare che, come è scritto sul vituperato frontone “fascista” del Palazzo della civiltà italiana all’EUR di Roma, tra le arti vanno pure annoverate: architettura, scultura, pittura, poesia. E, chissà che non sarebbe più giusto riclassificare le “arti” dello spettacolo nel puro intrattenimento, come la maggior parte della TV per esempio.
E poi, perché cinema, teatro, musica classica e affine, andrebbe sovvenzionata con denaro pubblico e invece architettura, scultura, pittura, poesia, no?
Bisognerebbe chiederlo ai palazzi dell’inci-viltà.



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BUFFET ELEGANTI E BUFFET PEZZENTI

La famosa ...letter scopre da 30 gg la famosa crisi dell'università e delle facoltà d'architettura italiana nello specifico, si innamorano e hanno anche dei figli storpi ovviamente.
Io sono tra i dementi/dementi, prove alla mano in ogni senso (demente), che ha scoperto tale disastro alcuni anni fa e nel suo minuscolo ne ha parlato. Ma chi se ne frega. Le paranoie debbono avere un fine, non un scopo. Io sognavo uno scopo, i culicamicia della ...letter hanno un fine -rosicchia, rosicchia e qualcosa in pancia ti rimane. Dicevano i fiorentini con la seconda elementare - quelli che sarebbero piaciuti a Pasolini- si mangia tre volte al giorno. Quindi tutti dobbiamo mangiare, io che non tocco nessuno, come una chiesetta circondata da 4 strade, e i ruffiani intellettuali della ...letter. Purtroppo odio i buffet, resto sempre in fila e non mangio mai. Per i buffet bisogna esserci portati. I buffet dei signori sono sovrabbondanti e si può essere elegantemente inappetenti, quelli dei pezzenti, striminziti e bisogna sgomitare come accattoni senza stile e dignità per sfamarsi. Senza sovrabbondanza il buffet è miseria.
Però, intendiamoci, c'è chi onestamente riesce a vederci oltre le nebbie del caso, dell'ignoranza o degli interessi. Quindi è giusto, anzi necessario, continuare a leggerla quella cosa elettronica che sembra scritta su un rotolone di carta igienica da quando è lunga per non scontentare amici e amici degli amici.

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lunedì, 07 novembre 2005

BAN-d-LIEUE

Noi architetti italiani corriamo il rischio di cavalcare, interessatamente ma ingenuamente, le peggiori semplificazioni giornalistiche, sociologiche economiche e politiche sulla rivolta delle periferie francesi.
Rischiamo di prendere spunto dalla dichiarazione del leader del centro sinistra pro riqualificazione delle periferie italiane per cascarci l’ennesima volta. Come se la riqualificazione che può avere in testa la rozza classe politica italiana possa muovere da profonde e sentite aspirazioni ad una qualche idea “estetica” utile alle persone e alla loro emancipazione esistenziale, tale da richiedere l’intervento della cultura architettonica contemporanea.
O come se alla fine per una qualche misteriosamente favorevole congiuntura ci si chiamasse davvero a metterci a lavoro per dare senso e valore alle nostre pessime periferie e poi noi fossimo davvero in grado di dare una risposta utile.
Sarebbe bello, ma non vero. Perché non siamo assolutamente in grado di reinventare stimoli estetici e caratteri funzionali in grado di ridare anima e senso alle terre di nessuno, spesso generate dalle generazioni di architetti che ci hanno preceduto, ci sono stati insegnanti e hanno firmato i nostri libretti e i nostri diplomi di laurea, che ancora continuano spesso a farlo e dai quali, in effetti, mai abbiamo veramente preso le distanze. E che in fin dei conti hanno ancora tanto di quel catramoso potere e relazioni che saranno sempre lor signori, se mai, a rimettere le mani sui loro medesimi errori per far finta di porvi rimedio e far sul serio ad intascare -e ridistribuire- le parcelle.

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giovedì, 13 ottobre 2005

SPETTEGOLANDO!

Quella originale lettera elettronica, settimanale o quindicinale che sia, che molti di noi ricevono volentieri, anche se non sempre esplicitamente richiesta, è piena zeppa di cognomi. Ciò in un primo momento –per la verità durato un anno intero, come la storia dell’uomo nero- mi ha dato fastidio. L’ho letto come l’iperbole all’ennesima potenza dell’autocelebrazione, e della celebrazione degli amici –e degli amici degli amici- spesso sconosciuti peggio di me stesso, ma per qualche oscuro a me motivo meritevoli di un seppur modesto onore di cronaca. Insomma la solita solfa degli architetti italiani per loro colpa votati al fiasco che se la tirano per darsi un effimero contegno tra di loro medesimi.
Però confesso la leggo, non tutta –visto quanto è lunga, sarebbe impossibile pure per il vero uomo di buonavolontà com’io non sono- ma abbastanza per farmenene un’idea più chiara del precedente pregiudizio.
Conclusione. Ho capito che si tratta di un utile strumento di conoscenza del gossip raffinato e colto del mondo, sconosciuto ai più, dell’architettura contemporanaea del nostro bel strapaese. Peccato che ancora non ci sono le foto: mi piacerebbe vedere le tette delle colleghe e le natiche dei colleghi mentre progettano o teorizzano al sole di qualche esotica località.

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lunedì, 10 ottobre 2005

Tempo di primarie. Peppone - Don Camillo, 0 a 0.

Tra le opere di architettura in Italia, segnalate negli ultimi 4 anni, abbiamo:
una certa quantità di chiese tra le quali almeno due importanti in se e per griffe –la Dives misericordia di R. Meier a Roma e il santuario di Padre Pio a San Giovannni Rotondo di R. Piano- ultimate rispettivamente nel 2003 e nel 2004;
due camposanti, quello di Pratello, Imola, di Alessandro Contavalli e altri, completato nel 2001 –Architetti, n.9/2005- e quello di Armea, Sanremo, dei giovani Amoretti & Calvi, completato nel 2003 - http://www.arcspace.com/architects/amoretticalvi/;
un sarcofago monumentale moderno per proteggere un’altare monumentale antico –Ara Pacis, ancora di Meier a Roma (2005);
una curiosa piazza dedicata alla tre religioni monoteiste a Manduria in provincia di Taranto, che ha meritato l’onore della cronaca su una nota news letter per architetti.

Se ne dovrebbe dedurre che il nostro è un paese di zombi, danzanti sullo sfondo dell’aldilà, visto il quasi zero per la residenza e le varie necessità laiche. E’ superfluo dire che un tale rapporto è assolutamente assente altrove, dove le proporzioni risultano più che rovesciate. Zero palazzi per la trascendenza, 100% architettura per l’immanenza.
Sembra incredibile. Da un lato un papa che fedele al suo mestiere, lancia continuamente anatemi contro la laicizzazione presunta della società italiana, dall’altro una società nei fatti china su una religiosità di stato vera o di comodo, che smarrito il verbo di Mosca, riconosce ora solo il verbo del Vaticano. Basta con le case del popolo e Peppone, si ritorna alle canoniche e don Camillo. Tutti superintegralisti fermamente convinti di combattere l’integralismo di segno contrario.

I templi restano templi qualsiasi cosa contengano al loro interno o propagandino, perciò i templi del rock o quelli dell’arte contemporanea se vissuti religiosamente non sono alla fine diversi da quelli delle religioni classiche. Perciò il punto è un altro. Ovvero: quanta conservazione profonda si cela dietro gli esiti esteticamente contemporanei di tali tipologie architettoniche?

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Eccomi

Utente: aeffeci
Ho studiato a Firenze, dove mi sono laureato con una tesi in tecnologia dell'architettura che mi ha fruttato il mio primo lavoro presso una casa editrice del settore. Penso però che la tecnologia sia bellissima se a servizio delle idee di architetttura, soprattutto spazi, emozioni e possibilità di fruizione, e non viceversa. Vivo da molti anni a Catania. Da dove a volte vorrei andar via, ma il clima, molte persone e le notti catanesi sono bellissime ... Mi occupo di progetto architettonico. Ho scritto brevi saggi e numerosi articoli per argomenti di architettura contemporanea e tecnologia. Ho fondato e curo le riviste digitali architetturaamica.it e architetturaper.it Purtroppo non riesco a nascondere ciò che penso e non mi pento delle critiche spesso per niente diplomatiche, ma sempre sincere ed appassionate.

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